I miei jeans e l’acqua della Tanzania

[Credit image: Pixabay.com]

Di fast fashion (letteralmente “moda veloce”, che si ispira all’alta moda ma rinnova le collezioni in tempi brevi e vende i capi a prezzi bassissimi)  e del suo impatto ambientale abbiamo parlato circa un anno fa in un articolo nel quale abbiamo analizzato alcuni problemi ambientali ad essa legati.

Oggi invece voglio raccontarvi, più nello specifico, di un report di Water Witness (vi linko la versione breve), un’organizzazione benefica scozzese, sull’impronta idrica della moda in generale (non solo fast) e sul suo impatto sulle acque di alcuni paesi in cui i nostri vestiti (i mercati principali sono Francia, Italia, Germania, UK, USA e Asia orientale) vengono prodotti.

L’acqua è un bene prezioso che troppo spesso diamo per scontato. L’accesso per tutti ad acqua pulita e misure igieniche è uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (sustainable development goals, SDG6) da raggiungere entro il 2030.

Ma le premesse, per questi paesi, non sono ottime. Tantissime aziende hanno spostato la propria produzione (marchi noti ai quali spesso associamo anche qualità elevata), il che ne ha aumentato di molto il prodotto interno lordo. Ottimo, se non fosse che le condizioni di lavoro non siano ottimali e che queste terre ne escano martoriate.  

Water Witness ha condotto studi sui corsi d’acqua in Etiopia, Lesotho, Madagascar, Mauritius e Tanzania, paesi nei quali la rapida ascesa dell’industria tessile sta comportando un altrettanto rapido inquinamento.

Infatti, le acque reflue non vengono quasi mai trattate e finiscono direttamente nei fiumi, causando la morte di tutte le forme di vita.

Lo studio sul fiume Dar es Salaam in Tanzania ha riportato un pH dell’acqua di 12 (12, come i detersivi che usiamo per pulire casa) e una concentrazione di cromo VI (usato per la colorazione degli indumenti) oltre 75 volte più alta del normale.

Sembra ovvio che quest’acqua non possa più essere bevuta, o usata per cucinare, nè irrigare i campi. Eppure è l’unica acqua alla quale in migliaia hanno accesso.

Le problematiche legate alla presenza di queste aziende non si fermano purtroppo qui, ma ovviamente hanno portato anche lavoro (sicuramente mal pagato e con poche garanzie) e non si chiede loro di andare via, ma di rispettare i luoghi ed i diritti fondamentali delle persone.

Ogni tanto provo a chiedermi quanto tempo riuscirei a resistere senza acqua corrente. Un giorno, forse, ma con mille difficoltà. Bere, lavare la frutta, sciacquare l’insalata, fare una doccia, sono gesti quotidiani che do per scontati. Ma non è così ovunque. 

E l’idea che ad altri esseri umani venga negata l’acqua per via dei miei jeans di marca mi fa tremare di rabbia. 


Rosaria Cercola
Orgogliosamente Napoletana, dopo un dottorato in UK in Chimica Fisica, e 9 mesi di lockdown in Texas, ora lavoro come assistente editore per un progetto di EIROforum, in Germania. Viaggio tanto, leggo molto, guardo un sacco di Netflix. Scostumata per natura.

Fonti 

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