Abbiamo contaminato la Luna con dei tardigradi? Facciamo chiarezza…
[Schokraie et al. su PLOS|ONE]

Yehud, Israele, 11 Aprile 2019.

Interno notte, sala del Controllo Missione.

Il lander privato israeliano Beresheet (“In principio”, in Ebraico) sta per atterrare sulla superficie lunare. La tensione, nella stanza, è al massimo.

La Luna è una severa maestra, e anche per Beresheet la prova è durissima: poco prima dell’allunaggio c’è un problema al motore principale.

Il Controllo Missione prova a resettare la navicella, per riavviare il motore. Sembra funzionare. È però solo l’illusione di un attimo: a 149 metri di quota dalla superficie, infatti, le comunicazioni con il lander si interrompono del tutto, e Beresheet si schianta al suolo ad una velocità di circa 134 m/s (483 Km/h), sparpagliando detriti per decine di metri. 
Per molti, è un momento di shock.

Los Angeles, 6 Agosto 2019.

Attraverso il proprio account Twitter, la Arch Mission Foundation (@archmission) posta un messaggio sibillino:

Vault 23 has been revealed. The Lunar Library contains many secrets.

Infatti, il giornalista Daniel Oberhaus ha appena pubblicato, sulla rivista americana Wired, un articolo che annuncia al mondo un fatto importante.
Secondo la rivista, nella Lunar Library (“Biblioteca Lunare”) presente su Beresheet, non ci sarebbero solo migliaia e migliaia di pagine (circa 200 Gb di dati) registrati in formato analogico su un supporto grande all’incirca quanto un DVD e pesante solo 100 grammi, ma anche qualche migliaio di tardigradi, od “orsetti d’acqua”, vale a dire una delle forme di vita più resistenti conosciute sulla Terra!

Per quanto riguarda la resistenza di questi animaletti, basta sapere questo: già nel settembre 2007 l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) spedì 3000 tardigradi nello spazio, con la missione orbitale Foton-M3. L’esperimento, chiamato TARDIS (“Tardigrades In Space”, non la navicella di “Doctor Who”!) ha dimostrato che queste creature, grandi fino a un millimetro, sono capaci di resistere alle condizioni del vuoto spaziale, almeno per i 12 giorni di durata dell’esperimento. Sono stati infatti rianimati aggiungendo solo una goccia d’acqua.

La Fondazione, su Twitter, ha confermato le indiscrezioni di Oberhaus: 
It is worth noting that our payload is ours alone.@spaceil was not involved in creating our payload and did not have any knowledge of the Tardigrades or DNA layers.

In sostanza, i tardigradi sono stati messi sul lander dalla Arch Mission. SpaceIL (l’azienda privata che ha progettato e costruito Beresheet) non ne sapeva niente.

Inoltre, in aggiunta ai tardigradi, Arch Mission Foundation ha spedito anche il DNA di 25 persone, vale a dire 100 milioni di cellule, e anche altri organismi.

Il tutto, però, è stato incapsulato in una sorta di “ambra artificiale”: impenetrabili teche di resina, dalle quali nulla può uscire.

Bisogna quindi ribadire il concetto: se sono arrivati integri, tardigradi e cellule resteranno dove sono, senza potersi muovere. E non verranno recuperati.

La “missione” di questa fondazione è quella di creare delle copie della nostra civiltà, del nostro essere e del nostro sapere, e disseminarle nello spazio. In questo modo, dovesse estinguersi la vita sulla Terra, resterebbe comunque una traccia del nostro passaggio su altri pianeti e lune.
Per quanto nobili gli intenti, resti chiaro un fatto: noi umani abbiamo già contaminato la Luna.

Quando? Dal luglio 1969 al dicembre 1972, durante le sei missioni Apollo.
Infatti, alla ripartenza dalla Luna, per diminuire la massa al lancio, gli astronauti hanno dovuto lasciare dei sacchetti con i propri rifiuti organici sulla superficie lunare, in ogni sito degli allunaggi.

Sì, avete capito bene: da più di cinquant’anni c’è cacca nello spazio.

E lì resterà, anche perché la Luna, secondo l’Office for Planetary Protection della NASA, è una destinazione di categoria 2 (su una scala di 5), vale a dire un posto ove c’è un interesse significativo relativamente al processo di evoluzione chimica e alle origini della vita, ma dove c’è solo una remota possibilità che contaminazioni portate da astronavi possano mettere in pericolo future esplorazioni.

L’ambiente lunare, con circa 14 giorni di sole ininterrotti (seguiti da circa 14 di buio) e con un range di temperature tra i -170 e i +130 °C, è particolarmente estremo per (quasi!) ogni forma di vita terrestre.

Per Marte, ad ogni modo, le specifiche sono molto più severe. Proprio perché non si vuole contaminare l’ambiente marziano, dotato di atmosfera, le navicelle destinate al pianeta rosso devono partire dalla Terra perfettamente sterili.

L’esplorazione spaziale implica sempre “sporcarsi le mani”, ma bisogna tener presente che ogni corpo celeste è diverso dagli altri. Ad ogni modo si cerca sempre di lasciare meno tracce biologiche possibili.

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Marco Cannavacciuolo Appassionato di spazio sin da piccolissimo, è membro di diverse associazioni che hanno lo scopo di divulgare l’astronautica e l’astronomia. Collabora informalmente come astrofilo allo svolgimento di serate osservative in Liguria e frequenta un master in giornalismo e comunicazione. 

Fonti:

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