Sinfonia di colori in movimento
Difficoltà

[di Layers da Pixabay]

Kandinskij affermava che “Il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde”.

Da dove nascono i colori che percepiamo ce ne ha già parlato la nostra Rosaria qualche tempo fa in questo articolo. La grande suggestione che i colori provocano nell’uomo è stata centrale in molte forme artistiche, dalla pittura alla fotografia, fino ad arrivare al cinema. Ed è proprio con i “colori cinematografici” che concludiamo il nostro viaggio nella chimica della settima arte.

Abbiamo visto nelle scorse puntate come sono fatte le pellicole cinematografiche (o fotografiche), il loro funzionamento e come grazie a una serie di reazioni chimiche l’immagine latente formata dai cristalli di alogenuri di argento viene sviluppata fino a essere visibile. Ma quindi cosa conferisce il colore alle pellicole? Gli alogenuri di argento non sono sensibili alle lunghezze d’onda dello spettro visibile, se non leggermente a quelle del blu. 

Le moderne pellicole a colori  sono formate da più strati di emulsione ognuno dei quali è sensibile a una specifica regione dello spettro luminoso. 

Ma cosa significa? Perché questi strati rispondono alla luce in maniera diversa? Come ci spiegava Rosaria nell’articolo citato prima, i colori che percepiamo vengono dall’interazione tra luce e materia. Quindi cosa cambia in queste pellicole rispetto a quello che abbiamo visto finora?

Ebbene, all’interno dei vari strati di emulsione vengono incorporati, insieme ai cristalli di alogenuri di argento, i cosiddetti “copulanti cromogeni”: queste molecole non sono di per sé colorate ma possono formarne altre che lo siano!

Come abbiamo già visto, durante il processo di sviluppo, un agente chimico riduce gli ioni argento ad argento metallico, che di conseguenza viene ossidato. Nel caso di pellicole a colori viene utilizzata in genere dietilparafenilendiammina. Proprio la forma ossidata di questo agente di sviluppo reagisce con il copulante cromogeno per formare una molecola di colorante. 

Ma quindi, come otteniamo il colore finale?

Abbiamo detto che ogni strato di emulsione è sensibile a una regione dello spettro: abbiamo uno strato sensibile alla luce blu, uno alla luce verde e più in profondità quello sensibile alla luce rossa. La struttura degli strati è studiata per migliorare al massimo la resa dei colori sfruttando il fenomeno della mescolanza sottrattiva.

[Esempio di sezione di una pellicola – Bostwickenator, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons]

Grazie alla mescolanza sottrattiva è possibile infatti riprodurre i colori della scena scindendo la luce bianca e impressionando contemporaneamente i vari strati di gelatina: lo strato sensibile al blu filtrerà le relative  lunghezze d’onda e così gli altri strati; il colore che vediamo quindi in ogni strato di emulsione è il colore sottrattivo (ciano, magenta, giallo) ovvero quello che rimane quando uno dei colori additivi primari (rosso, verde, blu) è stato rimosso dallo spettro. L’immagine sul negativo sarà quindi formata dai colori complementari.

[Mescolanza sottrattiva – Magica, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons]

Per migliorare ulteriormente la resa del colore e la qualità dell’immagine con il tempo sono stati adottati piccoli accorgimenti, come quello di applicare un filtro UV sul primo strato per impedire di esporre i cristalli fotosensibili di alogenuro d’argento; inoltre lo strato sensibile al blu è di solito sempre quello più esterno, questo perché, come avevamo già accennato, i cristalli di alogenuro d’argento sono in parte sensibili alla luce blu: posizionando lo strato che assorbe il blu per primo e inserendo a seguire un filtro giallo (colore complementare al blu) si previene l’esposizione a queste lunghezze d’onda dei cristalli presenti negli strati sensibili al verde e al rosso. 

La prossima volta che vedrete un vecchio film, mi raccomando, ricordatevi quanta chimica c’è dietro! 


Silvia Marchese

Nata a Napoli, con tante domande per rompere le scatole ai genitori (“e perchè?e perchè? e perchè?”) e con la passione per il bello, dopo aver seguito per anni la corrente umanistica “abbasso la matematica” sono passata dagli studi classici alla facoltà di Scienze Chimiche, seguendo un contorto ragionamento che non sto qui a sviscerare.

Dopo un duro impatto con la scienza, ho compreso quanto in realtà l’amassi, anche per le risposte alle infinite domande di cui sopra.

Finalmente laureata, dopo una illuminante esperienza di tesi all’estero, passo due anni nel campo della ricerca oncologica, per poi approdare (si spera?) nell’ambito farmaceutico.

Quando non impegnata a barcamenarmi tra le scadenze, potrete sicuramente trovarmi: a) con un gatto; b) con una birra; c) in piscina o in montagna; d) alle prese con il mio hobby preferito “cambiare hobby ogni due mesi”.

Fonti:

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